Instagramamme

Qualche giorno fa mi sono imbattuta in questa testimonianza pubblicata in un articolo, che mi è sembrata amaramente divertente. I social ormai fanno parte della nostra vita e, in un modo o nell’altro, ci condizionano. Un po’ come dire: psicologia delle mamme che usano Instagram.

“Sei proprio come me se ti guardi i post di tutti i tuoi amici su Instagram, e poi guardi le loro storie su Instagram, e poi chiudi l’app e fai finta di leggere il giornale, ma poi riapri Instagram e fai clic su quella piccola lentina per cercare ancora, i social hanno creato questo vuoto insaziabile dentro di te che puoi placare solo accedendo costantemente ad essi, allargando così il vuoto, e così incontri da due a cinque post di mamme che non conosci e che vivono in case monocromatiche, preparano la pappa con le loro mani, usano pannolini di stoffa, tengono in vita dozzine di piante d’appartamento e hanno mariti innamorati che non vedono l’ora di fare il quinto o il sesto bambino.

E intanto stai ancora guardando Instagram invece di lavare i piatti o di lavarti i denti (ed è già mezzogiorno!), invece di portare al tuo bambino quella ciotola di plastica piena di cereali raffinati che aveva chiesto a gran voce ben otto clic fa.

Possono essere chiamate mamme loro? No, loro sono una specie a parte. Sono magre e bellissime e i loro bambini sembrano mangiare insalata senza problemi e i loro vestiti provengono da posti come Free People e non so nemmeno cosa sia Free People. È un negozio? Una comune?

Queste donne sono mamme glam. Glamme!

Sono purificate, sanificate, potenti rappresentazioni di tutto ciò che la maternità potrebbe essere: zoccoli più kimono più chioma bionda molto cool, impegnate nel loro progetto artistico pomeridiano che quasi certamente puoi comprare su Etsy.
Non credo che queste glamme si siano mai strappate i capelli di fronte ai figli pensando di trovarsi in una situazione senza speranza.
O forse avranno anche pianto qualche volta, ma non prima di aver costruito un elaborato fortino con  raffinatissime coperte in lana pregiata e di essersi assicurate che i bellissimi giocattoli di legno fossero facilmente accessibili e che i bambini avessero la loro ciotola in ceramica piena di buon  mango fresco, per poi scusarsi di aver fatto cadere una o due lacrime su un fazzoletto ricamato: da loro ovviamente.
E se hanno pianto lo avranno fatto pensando a quanto sia bella la vita, a come la maternità non le abbia mai bloccate.

Ok, quindi se fai come me, usi questi post per rimproverarti

Prima di diventare madre pensavo di essere pronta a diventare madre. Il mio corpo aveva chiesto furiosamente di avere un figlio. Giunto il momento ho risposto alla chiamata. Ho letto tutti i blog di mamme. Ho frequentato tutti i corsi. Allatterò il mio bambino? Ovviamente! Faremo co-sleeping? Non vedo l’ora! Ho controllato i post di Instagram di perfette sconosciute, con il cuore intriso di emozione, sicura al cento per cento che quella fosse la mia vocazione, l’immagine perfettamente simmetrica della madre beata e dell’adorato figlio.

Insomma la maternità come prodotto. Sembrava che tutto fosse stato semplificato e confezionato in modo tale che io – e tutte le altri aspiranti madri – potessimo ottenerla senza problemi. Facile come strisciare la carta di credito quando vado a fare shopping, sarei stata trasformata in uno di questi esseri eterei un secondo dopo aver messo al mondo mio figlio.

E poi ho partorito per davvero, e ho capito che tutta la mia preparazione, le ore passate immersa  nelle vite post-partum delle altre, non mi restituivano nulla di cui avessi davvero bisogno. Fissavo quel neonato, mio figlio, e lo sentivo come un estraneo. Il momento della madre piena di grazia che avevo tanto atteso non sarebbe mai arrivato. Piuttosto, in me c’erano paura, stanchezza, disgusto. Mi aspettavo che la maternità mi facesse apparire in un certo modo, mi facesse diventare una certa persona.

Il fatto è che avere un figlio cambia tutto, ma tu rimani la stessa

Un amico una volta mi ha detto che diventare genitori enfatizza ogni aspetto della vita.
Mi ero concentrata solo sulle connotazioni positive di quell’affermazione, eppure esistono anche gli aspetti negativi.

Sei incline all’ansia, alla depressione, al dubbio? La maternità è come benzina sul barbecue che fino ad un minuto prima eri riuscita a gestire. Ho interrotto l’allattamento dopo solo sei settimane e guardavo le tabelle del sonno dei neonati disperata. Niente era come avrebbe dovuto essere. Una piccola voce continuava a sussurrarmi: “Aspetta, resisti, andrà meglio.
Durante le pappe nel cuore della notte controllavo Instagram per vedere quelle glamme che facevano a lotta con i cuscini e serate davanti alla tv e cucinavano teglie e teglie di biscottini con i loro bambini, le glamme che indicavano la forma di una nuvola ad un attentissimo piccoletto o semplicemente facevano sfoggio del loro caffè mattutino.
Ma allora vedi che si può anche vivere e non solo tirare a campare!

Questi post mi hanno dato speranza, ma mi hanno anche fatto sentire come se fossi stata lasciata indietro.

Ho sofferto insonnia da bambina

L’idea che tutto il mondo dormisse beatamente mentre io mi sforzavo per addormentarmi mi teneva sveglia per ore, il cuore che batteva e le lacrime piene di rabbia che mi bruciavano gli occhi. Quei sentimenti tornarono all’improvviso mentre facevo scorrere quei post all’infinito. “Tutti al mondo ce la fanno. Tutti tranne te.”

Da bambina a volte girovagavo per casa, chiedendomi se una sola notte potesse durare un’eternità. Poi sarebbe arrivata la mattina, il mondo si sarebbe svegliato e alla fine mi sarei sentita stanca morta.
Le notti finiscono. I bambini finalmente dormono di più. Tengono la testa alta e sorridono e fanno pipì nel vasino, e poi un giorno hanno cinque anni e finiscono un puzzle con fierezza, e tu ridi di cuore e scuoti la testa nel renderti conto che questo bambino è diventato un essere umano pienamente realizzato, e per lo più per opera sua.
La gioia che i miei figli mi danno è come un finale di fuochi d’artificio rispetto all’oscurità che ancora regna. Cerco di tenere gli occhi rivolti alla luce.

C’è un sottile strato di polvere sotto il mio divano.

Scarabocchi su tutte le mie pareti. La mia TV è una tela di impronte di mani e macchie di vario tipo. L’altro giorno, ho buttato una pianta mezza morta. Spesso fisso di proposito il mio telefono di fronte ai miei bambini, sperando che vadano a giocare da soli. E i giorni in cui riesco a  lavarmi la faccia e i denti prima di mezzogiorno sono giorni in cui mi preoccupo di essere maniacale, mi chiedo se non stia cercando di fare troppo. “Pure il filo interdentale?!
Rallenta, cara mamma, rallenta! “

La mia vita e la mia casa non assomigliano a quelle delle glamme, le cui esistenze hanno l’invidiabile fascino nonché la discutibile profondità di una pubblicità.
Con i miei figli facciamo biscotti e ho ben due paia di zoccoli, e pubblicherei volentieri foto del mio caffè se potessi pensare a didascalie meno imbarazzanti di quelle che leggo spesso.

Invece riempio Instagram soprattutto di foto e didascalie che mi fanno ridere. È un segno della nostra gioia, perché noi siamo così.
Ogni tanto mi rendo conto che anche io lo faccio, sono fedele a un marchio di maternità che mi piace: più reale e meno propenso ad impantanare i followers nella pesantezza psicologica della perfezione, dato che tutti abbiamo le nostre difficoltà.

Ultimamente, ho cercato di essere più onesta su ciò che accade prima, durante e dopo un post, ma devo stare attenta. Sono incinta del mio terzo figlio e avrò bisogno di qualcosa da guardare con ammirazione dopo la sua nascita, qualcosa che mi ricordi che la vita è piena di significato, anche quando stiamo facendo finta che lo sia”.

(Morale della favola: ricordiamoci di riflettere sull’importanza di non idealizzare la maternità, di resistere all’impulso di confrontarsi con il mondo patinato e artefatto dei social, di accogliere anche gli aspetti meno luminosi di questo percorso, di lasciare andare le aspettative per focalizzarsi sulla realtà con un pizzico di autoironia.)

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